Fotografie di Giuseppe Fanizza


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Giuseppe Fanizza (dal concept di “Stanze”): “Questa serie parla della relazione fra il viaggiatore e il paesaggio sconosciuto. E di nient'altro. Non c'è progetto e non c'è ricerca”. E ancora “Stanze raccoglie le immagini realizzate durante un lungo viaggio di lavoro nel Triveneto, dal Lago di Garda al Cadore, Da Vipiteno alla provincia di Padova”.

“Foto Casti”, fotografie di Francesco Colella
Testo di Michela Frontino




Foto casti è la fotografia dell’ultimo istante, praticata nelle maggiori città albanesi con lo scopo di immortalare turisti, viaggiatori e passanti, in souvenir d’immagini e ritratti.
Foto casti è dunque un ricordo, tutt’ora realizzato en plain air da fotografi professionisti che alternano l’uso della pellicola all’uso delle tecniche digitali. Tuttavia la tecnica non conta, perché in entrambi i casi il soggetto è tenuto ad aspettare il tempo necessario alla stampa della fotografia, che avviene lì vicino, nel laboratorio di fiducia dell’autore. All’attesa segue infine la consegna del ricordo, legato per sempre a quel luogo e a quel preciso istante. Il tutto nella cornice della perfetta sequenza di un rituale che si ripeterà ogniqualvolta la stessa fotografia, a distanza di tempo, sarà chiamata a raccontare quel particolare momento di vita.

Di Massimiliano Di Modugno

La storia che ci apprestiamo a raccontare è quella del movimento anarchico argentino e della sua duplice anima, la storia di un movimento che ha conosciuto un lungo e doloroso oblio nel periodo delle dittature militari, e che ancor oggi in molti snobbano considerandola solo come la manifestazione degli atti di un manipolo di delinquenti emigrati dall’Europa che infestarono il grande paese sudamericano agli inizi del ‘900.


Gianluca Lerici, artista barocco del Novecento
di Enrico Mastropierro

Gianluca Lerici (1953 - 2006) è stato un illustratore, fumettista, artista e musicista. Conosciuto con il nome di Professor Bad Trip, occupa un posto di assoluta importanza nella storia dei movimenti artistici e culturali underground italiani degli anni ’80 e ’90. Artista erudito come pochi, nella sua vita ha anche insegnato e fatto il conferenziere, come recita il suo nome d’arte.  
Bad trip era un artista pop che amava esprimersi con lo “stile di strada”, rompendo la stupida e stucchevole distinzione tra arte “alta” e “bassa”. Gianluca usava la metafora del fungo per descrivere il concetto di pop underground: affermava che le spore della cultura popolare germinano e danno vita ad altri funghi, che generano poi altre spore. Un circuito ciclico dove alto e basso, on e off non esistono: esiste un processo di ibridazione reciproca.

Di Enrico Mastropierro

In questo articolo proveremo a capire se con il termine Lumpen si può descrivere una situazione dell’esistenza. Intorno alla metà del XIX secolo Karl Marx descrive l’esistenza di una classe sociale cui dà il nome di Lumpenproletariat. Per Lumpenproletariat (alla lettera proletariato straccione) s’intende uno strato sociale composto da “individui occupati in modo estremamente irregolare e precario, in lavori d’infimo ordine, e che di conseguenza hanno un reddito bassissimo e incerto, nella media notevolmente al di sotto della soglia di povertà” [1]. Il filosofo di Treviri elenca con una lucidità e un’attualità sorprendenti gli individui che lo compongono:

 
Presentazione del video documentario
tratto dall'archivio digitale
"SENSES OF PLACE"
l'ex-distilleria tra memorie e cambiamento


La perdita di un passato troppo vicino per essere compreso è un abisso verso il quale la nostra società si confronta quotidianamente. In particolare, la memoria vivente della seconda rivoluzione industriale in quanto fenomeno culturale, e del suo repentino tramonto verso i tempi nuovi della globalizzazione, si compone di testimonianze molto spesso taciute e che svaniscono nel tempo, con lo svanire di vecchie fotografie ingiallite o sotto le macerie di fabbriche fatiscenti.
Il caso di una vecchia distilleria nel cuore della città di Barletta, rappresenta, in questo senso, un caso davvero esemplare, in quanto oggetto di una ricerca che nella condivisione pubblica delle fotografie private ha ripercorso le tappe di una storia che interessa la fabbrica, in differenti e variabili contesti, familiari, sociali e culturali.
Nell’ambito di un’indagine documentaria ed antropologica, la telecamera si è sostituita alla scheda catalografica di questo ricchissimo archivio nascosto, ed ha registrato ogni ricordo che la fotografia ritrovata suscitava negli occhi degli autori o dei proprietari delle immagini. Con questi video-racconti, ambientati sulle tracce presenti di un’epoca già vissuta, il destino dell’area archeologico-industriale scava nella memoria visiva delle persone e le invoglia al racconto privato di una vicenda dolorosa, affascinante e delle volte persino di poco conto. Ogni fotografia rappresenta la soglia visiva di un passato nostalgico o di un presente inconsolabile, entrambi svelati negli sguardi, nei gesti e nelle parole che seguono la fissità dell’immagine.
L’archivio digitale realizzato con un approccio scientifico, antropologico e documentario, rappresenta, aldilà del tema specifico, uno spaccato della società contemporanea del sud-Italia, in relazione al suo rapporto con il Patrimonio storico e culturale che le appartiene.


Quando e dove
  • Il 25 febbraio 2014 a Bari, Mediateca Regionale, Via G. Zanardelli 30-36, h. 18:00
Ne discute, insieme agli autori (Michela Frontino, Angelo Romano, Celeste De Caro), Alessandro Manna, antropologo - Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS), Parigi

  • Il 19 marzo 2014 a Barletta, Sala Rossa, Castello Svevo, h. 18:00
Ne discutono, insieme agli autori (Michela Frontino, Angelo Romano, Celeste De Caro)
Angela Barbanente, Assessore alla Qualità del Territorio - Regione Puglia
Ottavio Marzocca, Società dei Territorialisti - Università degli Studi di Bari
Azzurra Pelle, Assessore alle Politiche del Territorio - Comune di Barletta
Modera
Enrico Mastropierro - Glooscap

Ufficio stampa
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Ph. "Il giardino di eucalipti dell'ex-distilleria", matà anni Novanta, Gigi Cappabianca

Mostra fotografia allestita all'interno del "P-FEST", Festival di Primavera, 21/23 giugno 2013, Ruvo di Puglia (BA)

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La raccolta di foto “Ruvo analogica” è l’esito del corso di ripresa, sviluppo e stampa “Le Luci della Città” tenuto, negli ambienti dell’associazione culturale “La Mancha”, da Michela Frontino e seguito con entusiasmo e passione.  
Il corso ha provato a intercettare anche chi si avvicinasse per la prima volta al mondo della fotografia analogica, e che fosse incuriosito dall’idea che fotografare fosse come “scrivere con la luce”.

Uno dei più autorevoli fotografi italiani, Luigi Ghirri, sosteneva che la fotografia non sarebbe potuta nascere fuori dall’ambiente urbano, perché la civiltà urbana cova il bisogno di vedere il mondo raddoppiato alla rovescia: il mondo urbano, proseguiva il Maestro, non ha le stesse possibilità della campagna di godere del mondo raddoppiato dagli stagni, dalle pozzanghere, dai pozzi, dalle ombre.

di Angelo Romano

Nelle riflessioni più recenti sul concetto di habitat, inteso come spazio fisico di una comunità, come ambiente in cui si intrecciano relazioni e si producono significati, si è fatta strada l’idea che esso sia fortemente in crisi, lasciando il passo, nelle attuali dinamiche sociali, a progetti di vita che privilegiano interessi e bisogni del singolo. Una argomentazione così netta porta a riflettere su come si stiano modificando le relazioni tra individui e ambiente fisico, su come stia cambiando il concetto di cittadinanza e di bene pubblico e su cosa stia succedendo alle nostre città (Barbieri, 2010). Ci troviamo catapultati immediatamente nel dibattito che sta animando le discussioni di politici, amministratori, economisti, sociologi, antropologi, geografi, urbanisti sul destino della forma urbis e sugli strumenti da utilizzare per poterla conoscere.

di Angelo Romano

«Abitare è essere ovunque a casa propria». Inizia così il documentario del 1977 dell'architetto Ugo La Pietra, ambientato nella periferia milanese. Mentre pronuncia quella frase, La Pietra si fa ritrarre in un atto personale quotidiano - il radersi davanti a uno specchio - a un incrocio stradale, tra pedoni che passeggiano e auto che sfrecciano. Il documentario gioca sull'opposizione tra spazi progettati dagli urbanisti e sostanzialmente imposti a chi li andrà ad abitare e spazi egocentrati, il cui senso è dato dagli usi quotidiani, dagli itinerari individuali e dall’intreccio di storie personali ad essi legate. Lo spazio è pubblico in quanto abitato e abitare significa lasciare traccia dei propri passaggi, conoscerne i limiti, interagire e familiarizzare con essi, percorrerli, plasmarli e modificarli a partire da sé, caricarli di significato, elaborarne utilizzi non previsti. Abitare è così atto di continua creazione e manipolazione di spazi. Un atto che rompe gli schemi, che si carica di forza rivoluzionaria, in grado di violentare quel che ci viene dato come disponibile.