di Angelo Romano

«Abitare è essere ovunque a casa propria». Inizia così il documentario del 1977 dell'architetto Ugo La Pietra, ambientato nella periferia milanese. Mentre pronuncia quella frase, La Pietra si fa ritrarre in un atto personale quotidiano - il radersi davanti a uno specchio - a un incrocio stradale, tra pedoni che passeggiano e auto che sfrecciano. Il documentario gioca sull'opposizione tra spazi progettati dagli urbanisti e sostanzialmente imposti a chi li andrà ad abitare e spazi egocentrati, il cui senso è dato dagli usi quotidiani, dagli itinerari individuali e dall’intreccio di storie personali ad essi legate. Lo spazio è pubblico in quanto abitato e abitare significa lasciare traccia dei propri passaggi, conoscerne i limiti, interagire e familiarizzare con essi, percorrerli, plasmarli e modificarli a partire da sé, caricarli di significato, elaborarne utilizzi non previsti. Abitare è così atto di continua creazione e manipolazione di spazi. Un atto che rompe gli schemi, che si carica di forza rivoluzionaria, in grado di violentare quel che ci viene dato come disponibile.

 

In quegli stessi anni, il filosofo gesuita Michel de Certeau scriveva “L'invenzione del quotidiano”. De Certeau concentra la sua attenzione sull'attività del camminare e, in particolare, sulla figura del pedone. Ogni giorno gli individui si muovono in spazi la cui organizzazione, funzione, razionalizzazione sono state già assegnate da altri (soggetti potenti politicamente, economicamente o sul piano del sapere) a partire da finalità e interessi particolari. Eppure, proprio l'utilizzo quotidiano da parte dei singoli cittadini mette in discussione la configurazione di tali luoghi. Elaborare percorsi è come creare frasi: presuppone scelte, applica "stili", può dar luogo a singole "figure", o a "retoriche" complesse. Nel loro ripetersi, costruiscono e ricostruiscono il significato dei luoghi senza immobilizzarli in un sistema.

Seppur datate, le parole di La Pietra e de Certeau hanno il merito di prestare attenzione alle dimensioni simboliche dell'abitare, veicolo di un ideale di vita, che si fa contestazione di una società considerata razionalistica, tecnocratica, disincantata e tendenzialmente oppressiva. Le loro riflessioni risentono del contesto storico in cui sono state elaborate. Fanno riferimento a una società - quella a cavallo tra 1970 e 1980 - che aveva nelle grosse industrie il suo asse produttivo principale, vedeva i territori quali spazi da rendere edificabili e fabbricabili, i quartieri suburbani luoghi dove destinare la residenza degli operai, le campagne spopolarsi. Sono gli anni in cui le periferie erano intese come spazi in divenire, immagine delle inefficienze dell'amministrazione cittadina, icona delle disuguaglianze sociali, luoghi-simbolo, secondo Pasolini, del tradimento della civiltà contadina. Proprio nella trasformazione della tradizione arcadica in modernità suburbana Pasolini individuerà la mutazione antropologica della società italiana. Omologazione delle diversità, appiattimento delle singole voci, mondo rurale che cercava di imitare la città nell’inseguirne mode e stili di vita. Sono gli anni in cui avviene il delicato slittamento di categorie di identificazione: dalla forza lavoro alla forza consumo, dalla classe come categoria di auto-rappresentazione a quella di stile di vita, che poi troverà la sua ultima declinazione nella versione dell'appartenenza etnica e, infine, con la produzione di luoghi come “beni-territorio” da vendere, sotto forma di cultural heritage.
La campagna diventa il luogo in cui collocare l'utopia di un mondo che riscoprisse l'orizzontalità perduta della strada di borghi e rioni diventati anonimi quartieri cittadini e la genuinità delle relazioni che solo i centri rurali potevano mantenere vive. È quella che Robert Fishman ha definito la “prima utopia borghese”. Il misconoscimento di un modello sociale fondato sulla relazione proprietà-casa-famiglia si concretizza nella fuga dalla città.
E ancora di fuga dalla città si deve parlare oggi a proposito di realtà come quelle indagate, ad esempio, dal progetto Habitat (la casa occupata di via Savoia, 18, la comune anarchica Urupia, la cooperativa agricola Valli Unite, le esperienze di cohousing CoSycoh e Urban Village): spazi in cui trasferire l'ultima utopia, luoghi non quotidiani, luoghi altri, ma che pure esistono, luoghi ideali nei quali le società proiettano ideali e illusioni. L'abitare si fa ancora una volta veicolo di un modo diverso di pensarsi società, declinato nei termini di sostenibilità ambientale, di economie del noi, della circolarità delle relazioni, dell'armonia tra paesaggio urbano e rurale e tessuto sociale, della condivisione dei propri vissuti, dei propri tempi e dei propri spazi individuali. Un modo di abitare che spinge a interrogarci su cosa stiano diventando le città oggi e, contestualmente, cosa significhi essere società.

Angelo Romano