Di Enrico Mastropierro

In questo articolo proveremo a capire se con il termine Lumpen si può descrivere una situazione dell’esistenza. Intorno alla metà del XIX secolo Karl Marx descrive l’esistenza di una classe sociale cui dà il nome di Lumpenproletariat. Per Lumpenproletariat (alla lettera proletariato straccione) s’intende uno strato sociale composto da “individui occupati in modo estremamente irregolare e precario, in lavori d’infimo ordine, e che di conseguenza hanno un reddito bassissimo e incerto, nella media notevolmente al di sotto della soglia di povertà” [1]. Il filosofo di Treviri elenca con una lucidità e un’attualità sorprendenti gli individui che lo compongono:

“accanto alle roués in dissesto, dalle risorse e dalle origini equivoche; accanto ad avventurieri corrotti, feccia della borghesia, vi si trovano vagabondi, soldati in congedo, forzati usciti dal bagno, galeotti evasi, birbe, furfanti, lazzaroni, tagliaborse, ciurmatori, bari, ruffiani, tenitori di postriboli, facchini, letterati, sonatori ambulanti, straccivendoli, arrotini, stagnini, accattoni, in una parola, tutta la massa confusa, decomposta, fluttuante, che i francesi chiamano la bohème. […] Bonaparte […] soltanto in questo ambiente ritrova in forma di massa gli interessi da lui perseguiti, che in questo rifiuto, in questa feccia, in questa schiuma di tutte le classi riconosce la sola classe su cui egli può poggiare senza riserve” [2].  Per Marx questo è il proletariato straccione: la manovalanza informe e senza disciplina facilmente arruolabile contro gli interessi della classe operaia. Sono gli strati sociali che non riconoscono la possibilità della lotta di classe e non si riconoscono negli apparati politici ad essa legati: partiti, movimenti politici, sindacati, confederazioni di base. Il sottoproletariato è uno dei più significativi fenomeni di marginalità politica, sociale e culturale oltre che economica del mondo contemporaneo. Solitamente ci si riferisce ad esso per indicare un fenomeno legato alla disgregazione del tessuto sociale tipico delle realtà dei quartieri urbani fatiscenti, delle periferie e dei quartieri in cui la popolazione non è vincolata a vincoli di residenza (slums, bidonvilles, favelas, baracche). L’impiego è dato da lavori occasionali, stagionali, per lo più sotto retribuiti e precari. È una classe sotto il proletariato, come lo sono stati i mendicanti, i servi e i vassalli abbandonati dal padrone, i contadini senza terre, gli artigiani invalidi, gli ex-detenuti, i marinai senza imbarco: sostanzialmente chi non ha un posto definito nella società [3].
Ettore Scola in “Brutti, sporchi e cattivi” dà una rappresentazione cinematografica che descrive argutamente il Lumpenproletariat. La pellicola narra le vicende di un patriarca pugliese  (Manfredi in “gran forma carognesca”) e della sua famiglia di sottoproletari (“una colorata folla di caratteristi”[4]) che compongono la galleria dei personaggi con una tipizzazione che li rende tutti decisamente ributtanti. Il film di Scola può aiutarci a formulare delle domande a partire dalla condizione vissuta dai protagonisti e della situazione che essi affrontano. Se impieghiamo l’analogia come strumento d’indagine la commedia diventa “una sorta d'ingiunzione a scovare la parte più notturna e più quotidiana dell'esistenza” [5].
Il film sollecita una riflessione sulla nostra condizione su almeno due livelli strettamente connessi fra di loro: uno che è proprio della condizione sociale economica e politica e l’altro che è inerente alla condizione psichica. È possibile argomentare una situazione, la Lumpenzustand, secondo la quale la definizione di Lumpen non inerisce al solo sottoproletariato economico. Essa può essere riformulata in un’ottica che non si limita alla valutazione esclusiva dei rapporti di classe, ma è proficua per definire una condizione, uno status.
Dal punto di vista economico il Lumpen attuale è molto vasto perché comprende la quota crescente di disoccupati cronici, di inoccupabili (per mancanza o eccesso di scolarizzazione, per limiti d’età, questioni geografiche, invalidità, impedimenti legali). Ad essi vanno sommati i sottoccupati, cioè chi lavora saltuariamente o con un orario giornaliero esiguo e chi pur lavorando con un orario significativo è sottopagato, quindi la quasi totalità dei lavoratori “atipici.”
Nella rappresentazione classica del sottoproletariato ciò che lo rendeva inviso a Marx erano il suo essere la facile riserva militare borghese - come nel caso della personale milizia di partito di Napoleone o dei mazzieri delle dittature fasciste - e la sua totale estraneità a partiti e sindacati, il che lo poneva in una condizione di contraddittorietà con la sua condizione di sfruttamento e alienazione. Il rifiuto della forma organizzativa come strumento rivendicativo di coscienza e di classe era uno dei suoi elementi caratterizzanti. Ma il rifiuto delle organizzazioni politiche e sindacali non è esclusivo del Lumpen di età napoleonica e fascista. Oggi la sfiducia nei confronti dei partiti e dei sindacati – troppo facilmente percepiti come organizzazioni corporative o clientelari – suggerisce l’esistenza di una situazione Lumpen. Essa eccede la descrizione dei “lazzaroni” fatta da Marx e suggerisce una descrizione del rapporto dell’uomo col mondo. Alla creazione del nuovo Lumpen hanno contribuito diversi fattori esacerbati dall’attuale congiuntura economica: il libero mercato del lavoro e le sue aberrazioni, per cui ogni lavoratore può certamente decidere che lavoro fare, ma al tempo stesso nessun datore è obbligato a renderglielo, la competitività forsennata del libero mercato che esclude, secondo una bieca infamia evoluzionista, chi non può o non sa essere adeguato al mercato, la diffusa mancanza di turn over, la quasi totale perdita di valore del lavoro sempre più ostaggio dell’etica dell’individuo-impresa e l’insensatezza della competizione fine a se stessa.
Questo sistema produttivo è innatamente causa di esclusione e di marginalizzazione, così non si può non parlare di un fenomeno di proletarizzazione o sub-proletarizzazione della quasi totalità delle classi lavorative. A rendere urticante il riconoscimento della propria condizione concorrono l’impossibilità di pensare il cambiamento sociale forse a causa dell’intorpidimento del livello di aspirazione; l’assenza di abilità lavorativa o lo scarso riconoscimento di essa nella società stessa e un alimentato senso di normalizzazione come legge morale che fa ritenere l’informe, che nello specifico descrive la propria posizione nel quadro economico e la propria situazione esistenziale, ragione di biasimo. Ma sarebbe un errore ignorare il radicamento etico delle possibilità politiche e questo permette di parlare ancora oggi di una Lumpenzustand. 
In conclusione il Lumpen definisce adeguatamente una situazione dell’esistenza, un modo d’essere dell’uomo e di come egli abita il mondo [6]. Parafrasando De Feo si può argomentare che la situazione di Lumpen ha un carattere ideologico politico che acquista il carattere di totalità sociale ed etica. Essa descrive un processo sociale che scatena e che è scatenato da, come e con l’immoralità devastante di una miseria estrema e di una disperazione assoluta, vissuta nelle innumerevoli forme dell’abiezione e della degradazione della condizione umana [7]. La situazione di deiezione e di marginalità rispetto ai processi sociali economici e politici comporta “la disperazione come comprensione dell’assurdità di ogni valore-ideale-scopo, «scrollamento delle basi» etiche, religiose, sociali dell’esistenza di « fini in sé » che la non coscienza, nel senso dell’intelligenza non razionale e concettuale, ma la malattia, come stato di convulsione delle possibilità […] può mostrare“ [8].

 

Enrico Mastropierro

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Note

 1) Gallino, Sottoproletariato, in Dizionario di Sociologia, UTET, Torino 2006, p. 641.
 2) Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Editori Riuniti 1964, p. 133.
 3) Cfr. Gallino, Sottoproletariato, in Dizionario di Sociologia, UTET, Torino 2006, pp. 641-643.
 4) AA. VV., Il Morandini. Dizionario dei film 2004 , Zanichelli, Bologna 2003,  p. 192.
 5) Foucault, Archivio Foucault 2. 1971-1977: poteri, saperi, strategie, Feltrinelli, Milano 1997,  p. 260.
 6) Cfr. Di Vittorio, Manna, Mastropierro, Russo, L’uniforme e l’anima. Indagine sul vecchio e nuovo fascismo, Action 30, Bari 2009.
 7) Cfr. De Feo, L’autonomia del negativo tra rivoluzione politica e rivoluzione sociale, Lacaita editore, Manduria-Bari-Roma 1992, p. 233.
 8) De Feo,  ivi, pp. 238-239.