Gianluca Lerici, artista barocco del Novecento
di Enrico Mastropierro

Gianluca Lerici (1953 - 2006) è stato un illustratore, fumettista, artista e musicista. Conosciuto con il nome di Professor Bad Trip, occupa un posto di assoluta importanza nella storia dei movimenti artistici e culturali underground italiani degli anni ’80 e ’90. Artista erudito come pochi, nella sua vita ha anche insegnato e fatto il conferenziere, come recita il suo nome d’arte.  
Bad trip era un artista pop che amava esprimersi con lo “stile di strada”, rompendo la stupida e stucchevole distinzione tra arte “alta” e “bassa”. Gianluca usava la metafora del fungo per descrivere il concetto di pop underground: affermava che le spore della cultura popolare germinano e danno vita ad altri funghi, che generano poi altre spore. Un circuito ciclico dove alto e basso, on e off non esistono: esiste un processo di ibridazione reciproca.


Il resto del suo nickname affermava venisse dalla sua poetica distorta e consumata che facevano del suo pennarello l’espressione autentica dell’estetica pessimista degli anni ’80. Il Professore ha una formazione strettamente post-punk: l’esperienza delle fanzine e la pratica del montaggio, hanno reso le sue opere un compiuto esempio di pop-art nel senso etimologico del termine di arte popolare, arte fruibile, seppure di avanzatissima avanguardia.
Le suggestioni di Robert Crumb, di Keith Haring e di Maurits Cornelis Escher, subiscono un trattamento di saturazione e di ispessimento dei contorni, di riempimento dei vuoti con la moltiplicazione lisergica dei dettagli e degli spazi, per dare forma a un labirinto così psicotico da riuscire a descrivere in modo impeccabile la realtà. La sua poetica non ha una visione negativa del futuro, ma ha un formidabile senso del realismo che gli ha reso possibile riprodurre la distopia incombente di J.G. Ballard, le angosce di Orwell, l’immaginario sci-fi, la psichedelia.
Le sue illustrazioni esprimono l’iperrealismo distorto dell’immaginario orwelliano, ma anche il senso di una catastrofe così imminente da essere immanente, una spazialità esterna così complessa che è l’esplosione dell’interno. Spesso sembra che Bad Trip abbia voluto dare un immagine a quella frase di Ballard secondo la quale “i maggiori sviluppi dell’immediato futuro avranno luogo non sulla Luna o su Marte, ma sulla Terra, ed è lo spazio interno, non quello esterno che va esplorato. L’unico pianeta veramente alieno è la Terra”.
L’anatomia visionaria del presente di Bad Trip ha i contorni di una linea barocca, che divide senza fine l’esteriorità, si prolunga senza posa e resta aperta, invita a uscire dall’esterno per prospettare una un’unità puntuale interna. La realtà di Bad Trip è una catena infinita di anelli aperti, che rompe l’indipendenza tra finito e aperto, definitivo e inconcluso, umano e post-umano, vivo e morto, inorganico e organico, biologico e meccanico, assecondando una sola potenza, quella, per dirla con Deleuze, del divenire-altro e delle macchine celibi.

Enrico Mastropierro