Di Massimiliano Di Modugno

La storia che ci apprestiamo a raccontare è quella del movimento anarchico argentino e della sua duplice anima, la storia di un movimento che ha conosciuto un lungo e doloroso oblio nel periodo delle dittature militari, e che ancor oggi in molti snobbano considerandola solo come la manifestazione degli atti di un manipolo di delinquenti emigrati dall’Europa che infestarono il grande paese sudamericano agli inizi del ‘900.

 

Questo nostro racconto non poteva non prendere avvio dall’evento che – secondo Osvaldo Bayer – segnò il varo della corrente espropriatrice all’interno dell’anarchismo argentino: una rapina compiuta il 19 Maggio 1919 che dalle ricostruzioni dello storico argentino fu la prima rapina a sfondo politico che si verificò in Argentina. La rapina fu ideata ed organizzata da un gruppo di militanti libertari russi. Questo è un fatto che riveste una certa importanza in quanto in quegli anni gli immigrati russi di Buenos Aires si erano messi in luce all’interno delle lotte sindacali e nell’organizzazione di attentati dinamitardi.

La rapina ebbe luogo in una Buenos Aires stretta nella morsa della paura, in quanto da alcune settimane la crisi sociale che attanagliava la città ed il paese intero era sfuggita di mano ad Hipòlito Yrigoyen, presidente della nazione argentina dal 1916 al 1922 e dal 1928 al 1930 quando venne rovesciato dalla rivoluzione guidata dal generale Uriburu, sfociando nell’esito estremo del massacro delle officine Vasena.  

Le vittime della rapina furono i coniugi Perazzo, i quali possedevano un’agenzia di cambiavaluta nei vecchi locali della borsa di Buenos Aires. La rapina, a causa del tempestivo intervento della polizia, non ebbe l’esito che i rapinatori avevano programmato. Infatti, non solo i rapinatori non riuscirono a portare a casa il bottino ma, per giunta, uno dei due venne gravemente ferito e catturato dalla polizia. Nel suo svolgimento l’azione fu drammatica e a testimonianza di ciò, oltre al bandito ferito, ci fu una vittima tra la polizia. Quest’ultima circostanza spinse le forze dell’ordine ad intraprendere un’indagine molto attenta ed accurata che avrebbe dovuto produrre dei risultati in un tempo abbastanza breve. Ma gli eventi non andarono precisamente in questa maniera in quanto la polizia si trovò dinanzi numerosi ostacoli che resero l’indagine lenta e complicata.

Il rapinatore caduto nelle mani della polizia si chiamava Andrea Babby, un russo bianco di nazionalità austriaca in quanto nato nella Bukovina, al confine tra i due imperi. La polizia, nonostante un lungo interrogatorio, non riuscì ad ottenere altro che una storia fantastica riguardo alla rapina di cui era stato il protagonista. Ecco come Osvaldo Bayer ci descrive la confessione del rapinatore:

 

Babby riferisce che, seduto su una panchina in piazza, senza lavoro, gli si avvicinò un individuo noto come ‘Giuseppe il tedesco’, dai grandi baffoni e dall’aspetto temibile, che lo invitò a pranzo e poi gli offrì di guadagnarsi un po’ di soldi con un ‘lavoretto facile’. Doveva seguire una coppia in tram e, scendendo, doveva strappare la valigetta all’uomo. Babby dichiara che non si era azzardato a interrompere quel tizio, dato il suo aspetto minaccioso e che, sul tram, vide che ‘Giuseppe il tedesco’ lo stava seguendo su un’automobile da dove gli gettava furiose occhiate per costringerlo a compiere la rapina.[1]

 

La polizia, non molto convinta dalla versione fornita da Babby, eseguì dei controlli in tutti i ristoranti tedeschi di Buenos Aires dai quali non ottenne alcun riscontro circa l’esistenza di “Giuseppe il tedesco”. Tuttavia, in soccorso delle forze dell’ordine giunse una segnalazione anonima che indicava il luogo nel quale Babby viveva. Giunta sul posto segnalato dalla soffiata, la polizia s’imbattè nella cortese collaborazione del portinaio dello stabile che, oltre a confermare il fatto che nello stabile abitasse Babby, dichiarò alle forze dell’ordine che l’arrestato condivideva l’appartamento con un certo professor Wladimorovich. La polizia mostrò alcune foto di Boris Wladimorovich a Perazzo e sua moglie che lo riconobbe come il complice di Babby nella rapina in cui era stata vittima. Le accurate ricerche della polizia condussero gli inquirenti a San Ignacio, nella provincia di Posadas, dove Boris Wladimorovich venne arrestato senza opporre resistenza.

I due anarchici arrestati svolsero un ruolo abbastanza differente nella vicenda. Infatti, se da un lato il ruolo di Babby fu strettamente legato all’esecuzione materiale della rapina, Wladimorovich rivestì un’importanza ben maggiore in tutta la faccenda. Nello specifico, il professore russo fu l’ideatore del colpo. Ma quali furono le ragioni che spinsero questo intellettuale russo dalle nobili origini, seppure affascinato dall’ideale libertario, ad escogitare il piano per questa rapina rapina? Le ragioni vanno ricercate nella volontà di Wladimorovich di dar vita ad una rivista attraverso la quale avrebbe potuto spiegare il significato della rivoluzione di Ottobre ai propri connazionali residenti in Argentina, in modo da poter dimostrare che questo evento avrebbe potuto portare alla completa libertà degli uomini. Per la realizzazione di tal fine erano necessari ingenti fondi che – secondo l’opinione di Bayer –potevano essere recuperati soltanto in due modi: o utilizzando il denaro messo a disposizione dagli operai russi e da qualche intellettuale, i quali si sarebbero privati per qualche giorno del cibo pur di riuscire a pubblicare il primo numero della rivista, oppure escogitando un piano che avrebbe permesso di recuperare un bel po’ di denaro per mettere in atto un progetto di rivista più ambizioso. E, come ci segnala lo storico argentino, “Boris, per le sue origini, era abituato a rinunciare alle piccinerie e alle meschinità”[2].

I giudici ritennero che le responsabilità dei due anarchici nella rapina fossero pressocchè identiche. Infatti, benché Wladimorovich non avesse avuto parte attiva nella vicenda che portò alla morte dell’agente di polizia, i due imputati furono condannati all’ergastolo che avrebbero dovuto scontare in uno dei posti più inospitali al mondo, ovvero nel penitenziario di Ushuaia in Patagonia. Osvaldo Bayern, per commentare l’ingiustizia di cui era stato vittima Wladimorovich, usa una sottile e triste ironia: “se mai aveva corso il pericolo di essere inviato in Siberia, è probabile che non gli fosse mai passata per la testa l’idea che avrebbe finito i suoi giorni in una regione di pari desolazione e in un penitenziario crudele di un paese tanto remoto”[3].

Riteniamo che questo primo assalto a sfondo politico rivesta un’importanza fondamentale in quanto, non solo ci permette di delineare la genesi dell’anarchismo espropriatore, ma ci offre la possibilità di capire lo sviluppo successivo dell’anarchismo nel grande paese sudamericano. Infatti, l’assalto al tram di cui furono vittime i coniugi Perazzo generò una profonda frattura in seno all’anarchismo argentino, dal quale si generò una lunga ed estenuante polemica che vide contrapposte due tendenze dell’anarchismo che ne caratterizzarono la sua epoca d’oro in Argentina. I tratti specifici di queste due correnti dell’anarchismo argentino possono essere descritti nel modo seguente:

  • una corrente intellettualista schierata contro la delinquenza politica e contro l’uso politico della violenza, ovvero una corrente che condannava e respingeva in modo risoluto l’uso di bombe e di attentati contro la persona, la quale si raccoglieva attorno alla rivista La Protesta e trovava sostegno nell’anarcosindacalismo della F.O.R.A. (Federación Obrera Regional Argentina);
  • una corrente definita dell’azione diretta, della quale facevano parte i membri dei sindacati autonomi, che offriva il suo appoggio morale ad ogni azione che veniva compiuta contro i borghesi e che, a partire dal 1921, trovò una sponda nella rivista La Antorcha, che operò da vero e proprio portavoce di questa corrente.

La posizione della corrente dell’azione diretta rispetto all’anarco-banditismo, che qui stiamo cercando di analizzare, è riassunta in modo molto chiaro dalle parole di Gonzáles Pacheco, direttore de La Antorcha, che in un articolo del 1928 dedicato alla rapina dell’ospedale Rawson scrive:

 

Sono buoni o cattivi i delinquenti? Che cosa può importare a noi, compagni? Questa domanda che si deve rivolgere al giudice e che non viene mai rivolta, dev’essere superata da noi, assorbita nel fuoco appassionato delle nostre rivendicazioni: essi sono vittime. Senza cadere in sentimentalismi verso quelli che agiscono illegalmente, possiamo affermare che sono sempre migliori di quelli che li puniscono. […] Colui che impersona il potere impersona la malvagità. Gli altri sono semplici gradini, maglie di una catena che termina con un grosso anello che stringe il collo di chi è caduto più in basso. Costui fa le spese dell’orgia di sangue e di lacrime di cui gli altri si saziano. Questa è la vittima; ma non solo della pena che le infliggono i perversi, quanto anche di quegli ‘uomini onesti’ che non hanno resa muta in loro ogni legalità. […] Il delinquente è un diseredato della propria onorabilità; la prostituta è una diseredata del proprio amore virtuoso. Un anarchico, di fronte a loro, non può mai chiedersi se sono buoni o cattivi, ma deve attirarli al fuoco delle sue rivendicazioni contro i borghesi. Meno virtù legali; più militanza anarchica[4].

 

L’analisi sin qui condotta fa sorgere una serie di interrogativi sulle ragioni reali della costituzione del movimento anarco-espropriatore: possibile che un movimento di tale portata in Argentina abbia avuto come suo unico scopo il reperimento dei fondi necessari alla pubblicazione di riviste di propaganda anarchica? Quali sono gli altri, e probabilmente più importanti, motivi che portarono all’esplosione del fenomeno anarco-espropriatore? Osvaldo Bayern, nel tentativo di dare una risposta a questi interrogativi, individua la ragione fondante del gruppo anarchico espropriatore, che come abbiamo visto era definito delinquenziale dai suoi avversari, nella necessità di formare dei quadri per l’autodifesa del proletariato, o sarebbe più opportuno dire di quella fascia di popolazione che si trovava permanentemente esposta al giogo dei proprietari terrieri e degli industriali. Infatti, gli anarchici del grande paese sudamericano non solo dovevano guardarsi le spalle dalle violenze e dalle angherie di polizia ed esercito, ma anche da quelle della Liga Patriótica Argentina. Quest’ultima era un gruppo patriottico di estrema destra nato dalla necessità di dare una risposta adeguata agli scioperi che si susseguirono in Argentina tra il 1918 e l’inizio del 1919. In un primo momento la Liga Patriótica Argentina era costituita soltanto dai ricchi proprietari terrieri e dai loro figli che cercavano di difendere i loro privilegi dalle richieste dei contadini poveri, ma sin da subito fu possibile constatare in essa la presenza del padronato industriale argentino come testimoniato dai sanguinosi eventi della Semana Tràgica*del 1919. I metodi usati da questa confindustria sui generis non contemplavano il dialogo e la concertazione, ma piuttosto il ricorso sistematico alla violenza delle armi per sedare qualsiasi tipo di protesta che potesse provenire dai lavoratori. Bayer sottolinea che gli anni venti in Argentina furono caratterizzati dai violenti scontri che videro coinvolti i lavoratori delle tendenze più disparate contro capi e padroni. Nella maggior parte dei casi gli scontri avvenivano nel corso delle manifestazioni indette dai salariati fruttati nel tentativo di reclamare un trattamento migliore da parte dei padroni, nelle quali facevano sovente la loro apparizione la polizia e i seguaci della Liga Patriótica. Il risultato più evidente di quegli anni di tensione era un elenco lunghissimo di detenuti politici, oltrechè una serie infinita di omicidi per motivi di lavoro o politici. La risposta dei lavoratori al fenomeno dei detenuti politici, che tra l’altro caratterizzerà a più riprese la storia argentina, fu la creazione del Comitato per i Detenuti Politici e per i Deportati che nella sua fase iniziale provò a finanziarsi attraverso l’umile contributo economico dei lavoratori libertari. Il comitato operava in sostegno del detenuto e della sua famiglia in modo completo: “non solo pagava le spese degli avvocati e delle pratiche per i detenuti, ma si assumeva anche l’impegno di mantenere le loro famiglie”[5].

Tuttavia, ci sembra necessario sottolineare come l’attività del comitato non si limitasse soltanto a queste, pur importantissime, azioni di sostegno che lo vedevano in una posizione di passività. Infatti, la sua attività principale consisteva nell’elaborazione e nella messa in atto dei piani di evasione per i detenuti. Per tal fine è facile immaginare che fossero necessari mezzi ingenti e che il solo contributo dei lavoratori non potesse più essere sufficiente. Per dare seguito ad un piano di evasione era necessario organizzare dei viaggi, sorvegliare le carceri per lunghi mesi, affittare case, disporre di automobili e, non ultimo, corrompere carcerieri, funzionari e segretari dei tribunali nella speranza che questi riuscissero ad influenzare le sentenze in modo favorevole al movimento. Come ovvio, l’unico modo per procurarsi tutto il denaro necessario per far fronte a questa gran mole di spese era attraverso atti criminali quali rapine ed assalti vari. Questa attività in favore dei detenuti politici costituisce una seconda, e probabilmente più importante, ragione della proliferazione della corrente espropriatrice all’interno dell’anarchismo argentino.

Coordinatore di questo comitato era Miguel Arcàngel Roscigna, una delle figure più importanti della corrente espropriatrice dell’anarchismo argentino. Roscigna, a differenza degli intellettuali de La Protesta e de La Antorcha che dalle pagine delle loro riviste chiedevano che la libertà dei detenuti fosse ottenuta unicamente per mezzo di scioperi e di mobilitazioni di grandi masse popolari, era un uomo d’azione che conosceva ogni tipo di stratagemma per tenere sotto scacco la polizia e la giustizia. Benché fosse un uomo freddo, razionale e pianificatore, l’anarchico argentino non si tirava mai indietro nel momento in cui c’era d’agire: non solo si preoccupava di dirigere le azioni, ma le eseguiva. Per comprendere appieno la personalità di questo inesorabile uomo d’azione dell’anarchismo argentino, ci sembra importante la seguente considerazione di Osvaldo Bayer:

 

In questo senso, al fianco di Durruti ha imparato molto nei pochi mesi in cui operarono assieme; certo, bisogna insistere con le collette di solidarietà, facendo in modo che i lavoratori diano ogni soldo disponibile per i compagni che sono dietro le sbarre. Questo è un modo per abituare alla fraternità e crea un legame morale di tipo rivoluzionario, ma d’altro canto bisogna agire ed ottenere il denaro attraverso azioni di esproprio, senza darsi pena per coloro che si godono la vita mentre altri soffrono.[6]

 

La guerra tra le due tendenze anarchiche (i “protestisti” e gli “antorchisti”) del grande paese sudamericano, che caratterizzò il quindicennio tra il 1919 e il 1934, ebbe il suo chiaro riflesso all’interno del Comitato per i Detenuti e i Deportati politici: difatti, di volta in volta, gli appartenenti ai due gruppi si dividevano nell’appoggio ai detenuti vicini alla propria area. Entrando più nel dettaglio è possibile osservare come il comitato vicino a La Protesta s’impegnava esclusivamente nella difesa dei detenuti per ragioni ideologiche, mentre il comitato antorchista difendeva anche gli imputati per reati comuni, ovvero gli anarchici espropriatori. Tuttavia, la contrapposizione tra le due correnti spariva nel momento in cui bisognava difendere l’anarchismo dagli attacchi dell’iniqua giustizia borghese. Saranno questi i casi del sostegno a Sacco e Vanzetti e alla banda capeggiata da Durruti che alla metà degli anni ’20 aveva portato a termine svariati colpi nel continente sudamericano. A proposito di quest’ultimo punto ci sembra interessante mettere in rilievo il fatto che in entrambi i casi citati l’anarchismo argentino si presentò in maniera compatta nella difesa di personaggi riconducibili alla corrente espropriatrice.

È importante sottolineare che nessuna delle due riviste anarchiche fino ad ora citate si sia mai apertamente schierata a sostegno dell’azione violenta. Infatti, la stessa Antorcha, che abbiamo visto essere vicina alle posizioni degli anarco-espropriatori, non condusse mai una campagna di stampa finalizzata a giustificare gli atti degli individui accusati dalla giustizia borghese. Piuttosto, la difesa della rivista consisteva nel descrivere i membri delle bande espropriatici come degli innocenti ingiustamente accusati dalle forze dell’ordine di reati che non avevano mai commesso. L’unica rivista che non fece mai mancare l’appoggio agli anarco-espropriatori, e che ne difendeva a spada tratta i metodi d’azione, fu il Culmine. La ragione di tale appoggio senza riserve è presto spiegato se si tiene conto che a pubblicare la rivista non era altro che Severino Di Giovanni.

Severino Di Giovanni è probabilmente la figura più rappresentativa dell’anarchismo votato all’azione che si sviluppò nel paese sudamericano. Partito da Chieti nel 1923 giunse in Argentina, dove non ci mise molto a farsi conoscere nelle dimostrazioni antifasciste e nelle attività del movimento anarchico grazie alle sue doti di scrittore ed oratore. La prima volta che venne arrestato fu il 6 Giugno 1925 a Buenos Aires durante una dimostrazione antifascista al teatro Colon. In quella data il teatro Colon ospitava un evento per festeggiare il 25° anniversario della salita al trono di Vittorio Emanuele III nel quale erano presenti alcune delle più alte personalità della repubblica Argentina, oltrechè l’ambasciatore italiano, direttamente nominato da Mussolini, e gran parte della borghesia italo-argentina della capitale. Nei piani dell’ambasciatore e del regime fascista italiano questa serata mondana avrebbe dovuto mostrare la forza e l’efficienza dello stato fascista, ma alcuni intrusi rovinarono la festa all’ambasciatore ed ai fascisti. Un manipolo di uomini presenti nel loggione iniziarono ad urlare frasi antifasciste e a lanciare un volantino che accusava il regime per l’omicidio di Matteotti. Nonostante il rapido intervento della polizia e dei fascisti presenti in sala, questo manipolo di uomini, dei quali Di Giovanni era uno dei più attivi, continuarono nella loro azione di disturbo, senza trattenersi dal rispondere alle percosse che ricevevano. Infine sopraffatti numericamente, questo gruppo di temerari venne trascinato all’esterno e percosso selvaggiamente prima di essere trasportato in carcere.

Questo è solo il primo, ma a nostro giudizio esemplificativo, evento che vide coinvolto Severino Di Giovanni nella capitale Argentina. Di Giovanni fu un ferreo sostenitore dell’azione violenta come metodo d’azione e negli anni seguenti restò coinvolto in molti attentati dinamitardi che portavano la sua firma. All’anarchico italiano si possono rimproverare gravi errori e gravissime colpe, ma “non si può negare che la sua vita e le sue azioni furono tutte improntate per la bellezza del suo ideale, che nulla fece per se stesso, che rimase incorrotto, fiero e integerrimo fino alla morte”[7]. La vita di Severino Di Giovanni e l’intero movimento anarco-espropriatore, che con lasua morte fu destinato all’oblio, possono essere riletti alla luce delle parole utilizzate da Nicola Massimo De Feo per analizzare la vita di un altro grande propagandista dell’azione, Federico Augusto Reinsdorf, che alcuni decenni prima aveva trovato la morte nello stato bismarkiano:

 

Lo stato d’emergenza distrugge le condizioni oggettive e soggettive di uno sviluppo democratico e legalitario della lotta di classe. L’imbarbarimento della lotta politica e sociale produce sospetto e tradimento, rendendo quanto mai attuale l’”immoralismo” di Necaev, riducendo o eliminando del tutto gli spazi di socializzazione e di democrazia nella vita civile, sempre più necessariamente riempiti dalla pratica del terrore come elemento unificante della lotta sociale e politica: la lotta di classe diventa guerra civile diffusa o potenziale, non solo tra le classi contrapposte, ma anche dentro di esse, tra proletari e proletari, tra borghesi e borghesi, costringendo la lotta sociale e politica a svilupparsi come reazione di repressione e di vendetta, di tradimento, di delazione e di esecuzioni sommarie, di tribunali speciali, di ricatti ecc., secondo le regole apparentemente assurde ed irrazionali del “demoniaco” di Dostoevskij, frammentandosi in una molteplicità di azioni individuali, a volte collegate tra di loro, unite sempre e soltanto, tra e contro gli “amici” e i “nemici”, dalla necessità di distruggere e di essere distrutti.[8]

 

La situazione nella quale si sviluppò l’anarchismo espropriatore fu segnata da uno stato d’emergenza permanente che non permise lo sviluppo di un confronto politico inquadrabile all’interno di uno schema dialettico. In modo particolare la crisi sociale che investì gli anni di governo del presidente Yrigoyen e la successiva dittatura del generale Uriburu fecero in modo che in Argentina lo scontro politico assumesse le caratteristiche del negativo di Dostoevskij. Un tipo di lotta politica nella quale l’etica del “tutto è permesso” e “dell’al di là del bene e del male” divennero i principi di liberazione ed emancipazione sociale e politica che coinvolsero l’intera società, dai borghesi ai sottoproletari, nella necessità di fondare la propria liberazione nella distruzione. In un contesto siffatto la negatività divenne una condizione storica dell’esistenza, una condizione dello sviluppo e della comprensione della realtà. L’esplosione delle forze del negativo non ha significato un rifiuto della politica in quanto tale ma, piuttosto, ha fatto sì che il rifiuto dell’azione politica diventasse uno strumento della possibile distruzione dello stato esistente delle cose. Per De Feo, solo la distruzione della politica come dominio può far sì che il legame di dipendenza tra rivoluzione sociale e politica venga spezzato. Soltanto un rifiuto della logica dialettica soggiacente ad un sistema politico che fa perno sul dominio e sull’assoggettameto dei corpi, come nel caso degli anarco espropriatori argentini, può offrire la possibilità di tracciare linee di fuga inedite, sentieri inesplorati che s’inerpicano faticosamente verso le cime di quella che potremmo definire la libertà degli eguali. Seguendo questa lettura,

 

l’espropriazione è lo strumento principale di attacco e di distruzione dell’ordine sociale esistente della proprietà privata, che rende possibile e garantisce il successo di ogni altra forma di lotta, pacifica e violenta, dallo sciopero generale alla lotta armata all’insurrezione. In quanto pratica sociale, individuale e di massa, è nello stesso tempo un momento di unificazione della lotta proletaria e di liberazione dell’autonomia, perché consente la realizzazione pratica, immediata e diretta, dei bisogni individuali e sociali, il superamento della legge del valore e dei rapporti di dominio, per cui, l’<<espropriazione individuale e locale>> diventa la <<precondizione del trionfo dell’anarchia>>[9].

 

            Ed è solo alla luce di un’analisi del genere che a nostro avviso possono essere letti e compresi gli eventi che caratterizzarono l’argentina nei primi decenni del Novecento.

Massimiliano Di Modugno

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[1] Osvaldo Bayer, Gli anarchici espropriatori e altri saggi sulla storia dell’anarchismo in Argentina, Edizioni Archivio Famiglia Berneri, Cecina 1996, p. 9.

[2] Osvaldo Bayer, op. cit., p. 12.

[3] Ivi, p. 15.

[4] Ivi, p. 43.

* Con Semana Tragica si definisce la settimana dal 7 al 14 gennaio 1919 che fu caratterizzata da un lungo sciopero generale che provocò la paralisi completa della Repubblica. Questo sciopero fu organizzato dal combattivo sindacato metallurgico di Buenos Aires, al quale và riconosciuta la capacità che ebbe nel coinvolgere la popolazione povera e la classe operaia. Le ragioni che dettero vita allo sciopero vanno rintracciate nello stato di estrema povertà nel quale viveva il proletariato argentino agli albori degli anni ’20. La risposta allo sciopero del governo fu irruente: Yrigoyen mobilitò polizia ed esercito, con i quali collaborarono i gruppi d’assalto fascisti della Lega Patriótica Argentina, che misero in atto una violenta repressione nei confronti degli scioperanti.

[5] Ivi, p. 20.

[6] Ivi, p. 37.

[7] Osvaldo Bayer, Severino di Giovanni. L’idealista della violenza, Edizione Collana Vallera, Pistoia 1973, p. 15.

[8] Nicola Massimo De Feo, L’autonomia del negativo tra rivoluzione politica e rivoluzione sociale, Piero Lacaita Editore, Mandria 1992, pp. 59-60.

[9] Idem, pp. 194-195

 

Massimiliano Di Modugno, filosofo, si è addottorato in Filosofie e Teorie sociali contemporanee discutendo una tesi su Michel Foucault e il Post-anarchismo.