“Foto Casti”, fotografie di Francesco Colella
Testo di Michela Frontino




Foto casti è la fotografia dell’ultimo istante, praticata nelle maggiori città albanesi con lo scopo di immortalare turisti, viaggiatori e passanti, in souvenir d’immagini e ritratti.
Foto casti è dunque un ricordo, tutt’ora realizzato en plain air da fotografi professionisti che alternano l’uso della pellicola all’uso delle tecniche digitali. Tuttavia la tecnica non conta, perché in entrambi i casi il soggetto è tenuto ad aspettare il tempo necessario alla stampa della fotografia, che avviene lì vicino, nel laboratorio di fiducia dell’autore. All’attesa segue infine la consegna del ricordo, legato per sempre a quel luogo e a quel preciso istante. Il tutto nella cornice della perfetta sequenza di un rituale che si ripeterà ogniqualvolta la stessa fotografia, a distanza di tempo, sarà chiamata a raccontare quel particolare momento di vita.


Questa attività si è diffusa prima dell'era digitale: solo in Piazza Skanderbeg a Tirana è stato possibile contare una dozzina di fotografi […]. Questi ultimi hanno documentato per molti decenni, con le loro foto della domenica, le passeggiate, i compleanni e più in generale gli anniversari delle famiglie albanesi, diventando per molti di questi gli unici ricordi di famiglia.

Francesco Colella descrive così la serie “Foto Casti”, ponendo al centro della sua ricerca non solo la consuetudine sociale ma anche l’evoluzione storica e tecnica del mezzo fotografico. Di fatto, la sua riflessione parte proprio dal concetto di unicità che caratterizzava l’uso della fotografia nel particolare contesto dell’Albania di qualche decennio fa e che ancora lascia dietro di sé alcune tracce visibili, nonostante i cambiamenti viscerali della comunicazione di massa. Lo sguardo di Francesco si sostituisce a quello dei fotografi dell’ultimo istante e produce l’icona di un rito che è la fotografia stessa. Il soggetto, d’ora in poi, non sarà più il protagonista del viaggio, della cerimonia di famiglia, dell’anniversario o della fuga romantica, ma la tradizione stessa, seppur non ancora scomparsa, del rituale fotografico.  E’ come se l’autore avesse preso una scatola, scritto su di essa “Foto Casti” e infine avesse conservato al suo interno i ritratti dei più popolari ritrattisti di strada delle città albanesi. Questi ultimi compaiono in fotografie che potrebbero aver scattato essi stessi, tanto ne simulano lo stile, la composizione e il punto di vista. La simulazione infatti si compie nell’atto estetico di un processo di ricerca sulla vita della fotografia che cambia e si evolve a stretto contatto con i cambiamenti sociali e culturali dei nostri tempi.

Il valore unico dell’opera d’arte autentica trova una sua fondazione nel rituale, nell’ambito del quale ha avuto il suo primo e originario valore d’uso. […] Quando con la nascita del primo mezzo di riproduzione veramente contemporaneo, la fotografia, l’arte avvertì l’approssimarsi di quella crisi che passati altri cento anni è diventata innegabile, essa reagì con la dottrina dell’arte per l’arte (1).

Negli anni Trenta del Novecento, Walter Benjamin scriveva dell’opera d’arte, agli albori della sua riproducibilità tecnica e, al contempo, sottintendeva tutto ciò che aveva già portato la fotografia a divenire strumento di espressione artistica, opera d’arte essa stessa, svincolata dall’esigenza di imitare la realtà. Oggi, ben oltre cent’anni dall’Invenzione meravigliosa, quello che accade è un ribaltamento della percezione che sembra rifiutare la sovrabbondanza della riproduzione. In particolare, è la fotografia a volgere lo sguardo al suo passato e a cercare nel linguaggio del culto e della tradizione il pretesto per gridare “Hey. I exist. This is me (2)”.

In In almost every picture#6 dell’editore Kessels-Kramer, l’autobiografia di una donna si compie nella compulsiva esigenza di ritrarsi in ogni anno della sua vita, a partire dal 1926 fino al 1978. Anno dopo anno, la ritualità del gesto emerge nella serialità della rappresentazione come l’elemento che più di tutti pone le distanze dal ritratto fotografico contemporaneo e dalla sensazione della precarietà delle nostre prolifiche immagini, precocemente risucchiate dall’inarrestabile flusso del tempo. She’s impeccably presented. Even when the lighting is unforgiving and she can’t bring herself to smile. Her appearance is as considered as a Rinaissance aristocrat sitting for a portrait (3).Così Erik Kessels descrive il soggetto di questi vecchi ritratti, evidenziandone la meticolosa cura nella rappresentazione di se stessa, nel contesto di un evento unico ed irripetibile.

Come In almost every picture, “Foto casti” è un viaggio nelle immagini di una fotografia caduta in disuso. Seppur agendo direttamente nella produzione delle fotografie, Francesco Colella riporta alla luce il rituale antico del ritratto e del suo prezioso valore, che fortemente stride con la sovrabbondanza iconografica dei nostri anni.

www.francescocolella.com

NOTE
1- Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 2000, p. 26
2, 3- Erik Kessels, In almost every picture#6, 2007