Fotografie di Giuseppe Fanizza


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Giuseppe Fanizza (dal concept di “Stanze”): “Questa serie parla della relazione fra il viaggiatore e il paesaggio sconosciuto. E di nient'altro. Non c'è progetto e non c'è ricerca”. E ancora “Stanze raccoglie le immagini realizzate durante un lungo viaggio di lavoro nel Triveneto, dal Lago di Garda al Cadore, Da Vipiteno alla provincia di Padova”.

In questo viaggio non c’è ricerca né intenzionalità e il luogo non conta. Probabilmente è anche superfluo riconoscere in queste immagini il Triveneto, perché il concetto del paesaggio è messo in discussione, dissacrato nella rappresentazione documentaria ed introdotto in una serie di stanze d’albergo. L’autore è estraneo a quei paesaggi. Non conoscendoli, li osserva da lontano e fa della distanza il pretesto di una ricerca (seppur, finora, soltanto presunta). Di fatto, la provocazione si svela oltre il paesaggio e prende forma nell’asettica e fredda sequenza. E’ essa stessa indagine e ripiega le sue trame sul punto di vista dell’autore. L’idea, dunque, risiede nella negazione della ricerca, in quanto conferma una lettura critica della nostra epoca.

In questo caso confermare l’assenza di un’indagine è come dire “qui non c’è nulla di interessante, qui c’è solo la noiosa normalità di un viaggio di lavoro ”. Eppure quelle stanze dicono qualcosa:la realtà filtrata, la sua rappresentazione, gli strumenti della comunicazione, i nuovi modi di guardare il mondo senza conoscerlo, ma solo intuendolo dallo scorrere di milioni di immagini su uno schermo. Ed ecco svelata l’idea. Lo stimolo della ricerca è la provocazione, la quale rimarca quel senso di assurdo da cui prende vita. La provocazione si esprime nella serialità ossessiva e nella pigra ripetizione di stanze che neanche per errore appaiono diverse. E’ probabile che seduto in una di quelle stanze, Fanizza abbia provato a guardare il mondo da una tv, che abbia voluto sentire il profumo di una valle in fiore dalle immagini sulle pareti, che abbia conosciuto l’ebrezza dell’inganno di una rassicurante rappresentazione.

Jean Baudrillard ha affermato che "Al giorno d’oggi, tutto il sistema precipita nell’indeterminazione, tutta la realtà è assorbita dall’iperrealtà del codice e della simulazione (1)".

Le stanze potrebbero quindi rappresentare una dimensione iperreale, come il livellamento dell’arredo, del colore, del punto di vista e della composizione.
E’ come se Fanizza volesse dirci che all’interno di questi spazi senza identità, la realtà e la sua immagine si assomigliano così perfettamente da divenire una sola cosa. Il mondo esterno sembra si possa intuire solo attraverso la TV e i quadri appesi alle pareti.

"Stanze" è il risultato di un ragionamento per negazione. Il rifiuto della ricerca, dichiarato dall’autore, mette in mostra la normalità contemporanea del ritmo asfissiante della rappresentazione e della sua ripetizione. Eppure le ampie vedute sul paesaggio persistono e si alternano agli spazi angusti degli alberghi-rifugio. Nello sguardo stupito dello straniero esse rifioriscono e lasciano intuire un’apertura diversa, che irrompe sulla realtà con curiosità e stupore.

Giuseppe Fanizza (da uno scambio di idee in risposta a questo articolo):
“Quando ci concentriamo troppo sul progetto più che sul mezzo, finiamo per autolimitarci.
Lavorare senza progetto significa fotografare qualcosa solo perchè ti va di fotografarla e non perchè quella data immagine sarebbe "coerente con l'idea progettuale". Estremizzando, significa che quella senza progetto è fotografia che ti rivela il profondo e le radici del lavoro di un autore, il suo vero "stile", per usare un brutto termine. Che è poi, per paradosso, la vera ricerca, quella così sedimentata dentro il pensiero di un autore, da diventare implicita e invisibile. Quella che non ha bisogno di essere esplicitata in un progetto perchè è direttamente dentro le immagini”.

http://www.giuseppefanizza.info/

1- Jean Baudrillard, “Lo scambio simbolico e la morte”, 2007