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Fotografie di Michela Frontino

“Oro rosso” ritrae le residenze dei lavoratori stagionali nella Daunia durante il periodo della raccolta del pomodoro nell’agro vicino allo scalo ferroviario di Rignano Garganico. Questa raccolta di fotografie, realizzata dal 2009 al 2011, fu inizialmente concepita per essere pubblicata sul numero monografico zero, dedicato agli “altri”, del free magazine “Nothing  to see here” diretto da Francesco Jodice.

Una selezione di queste foto è stata esposta anche nell’esposizione “Home my place in the world”, una collettiva che si è tenuta presso la galleria Pall Mall a Londra.
L’intento di queste immagini è strettamente descrittivo perché le fotografie abbondano di dettagli ed esprimono un forte contenuto di denuncia sociale. “Oro rosso” è un inventario cataloghizzante realizzato sotto la forma di un reportage di sociologia visiva: il forte realismo delle immagini ritrae gli esterni delle baracche in cui alloggiano i lavoratori stagionali lasciando intuire le condizioni di vita degli abitanti.
Per raccontare le drammatiche condizioni di vita dei migranti che lavorano alla raccolta dei pomodori la fotografa impiega un efficace metodo narrativo che descrive senza menzionare, perché ritrae le “case” dei braccianti senza indugiare nel ritratto retorico degli abitanti.
La precarietà strutturale delle costruzioni è il ritratto della precarietà delle esistenze delle donne e degli uomini che le abitano, perché spesso queste lavoratrici e questi lavoratori non godono del riconoscimento giuridico del Paese in cui prestano la manodopera, in ragione della malcelata volontà politica di creare sacche di segregazione e di “infimità sociale”. Le fotografie delle abitazioni fanno immaginare le condizioni di vita dei lavoratori e rimandano all’emergenza sociale, allo sfruttamento razziale, all’agire dei caporali e delle mafie che controllano il traffico degli esseri umani e contemporaneamente sono scatti che denunciano l’inadeguatezza delle tutele legislative, sindacali e assistenziali.
Questa raccolta di fotografie di Michela Frontino colpisce perché l’autrice rifugge da ogni espediente retorico: si astiene dalla raffigurazione elegiaca del paesaggio e le preferisce una meticolosa descrizione dell’orizzonte antropizzato della campagna dauna.
La fotografa riesce nell’intento di lasciare l’osservatore con la domanda che è contemporaneamente estetica e politica: fin dove possiamo vedere? Così questo lavoro di catalogazione è una ricerca che si spinge oltre l’oggetto catalogato, perché consente di porre delle domande che spostano il confine dell’inchiesta oltre l’orizzonte visivo, costruendo una prospettiva immaginativa e narrativa che supera la riproduzione documentarista.

Enrico Mastropierro